Dagli anni ’70, con molteplici tonalità, una pluralità di soggetti si sono impegnati nella teoria e nella pratica ad esplorare le proprietà e le potenzialità dei principi della Autonomia e della Autorganizzazione quali fulcri per aprire scenari nuovi alle forme della comprensione e della socialità. Dopo una iniziale fiammata di produzioni editoriali e di sperimentazione sociale i risultati incerti ed altalenanti sembravano aver spento le speranze della praticabilità di soluzioni così avanzate ed è sembrato subentrare un periodo di stasi, un sonno delle nuove ragioni che sono sembrate troppo in anticipo sulle possibilità reali. Una volta si sarebbe detto “Ben scavato vecchia Talpa”, oggi possiamo invece dire che guardavamo dalla parte sbagliata. Infatti oltre lo steccato delle esperienze organizzative piene di vecchie incrostazioni e delle visioni teoriche che necessitano dei giusti tempi di metabolizzazione, vediamo che forme nuove hanno incominciato a proliferare: nella società all’interno dei rapporti della produzione collettiva e dei nessi comunitari emergenti; nei vari campi del sapere dove ricerche improntate ai principi dell’autorganizzazione si sono fatte strada, anche se a volte come – nell’economico – imbrigliate nella camicia di forza delle teorie dominanti; in pratiche politiche e associative vitali, ma spesso rapidamente dissipate. Ebbene questo nuovo tessuto e la velocità della sua crescita fanno ricordare con tenerezza le esperienze in vitro della fase precedente e fanno pensare che da questa travolgente proliferazione di nuove forme di vita sociale si possano dare le potenzialità per un allargamento epocale degli spazi di libertà e di decisionalità sociale e quindi per un nuovo livello di Democrazia. Per cogliere questa possibilità e non dover registrare una ennesima svolta regressiva solo una lotta e un impegno inclusivi dall’interno del nuovo mix sociale può permetterci di verificare se sia già arrivato il tempo per una Democrazia Autorganizzata.
La implementazione della democrazia ha oscillato nella modernità tra varie versioni della rappresentanza, elemento fondamentale dello stato di diritto borghese.
La rappresentanza ha permesso di formalizzare un processo decisionale in cui ricomporre le molteplici anime e gli interessi della classe borghese. Nella forma stato attraverso l’elezione di rappresentanti in una articolazione della divisione del lavoro, il “parlamento” ha permesso di trovare una mediazione pubblica tra le varie istanze, legiferando.
Ovviamente i processi decisionali reali sono stati molto più complessi e opachi, con forze ed elementi di pressione spesso non palesi, che hanno concorso fortemente a determinare le scelte. Lo Stato di diritto non è nato di sicuro per dare voce alle masse contadine prima, operaie dopo, generalmente lavoratrici nell’attuale. E’ stato piuttosto il luogo di mediazione tra interessi forti, tra i quali quelli delle masse facevano capolino attraverso i gestori delle organizzazioni partitiche e sindacali, che per la loro capacità di condurre nell’alveo del sistema il malcontento e le istanze dei loro ‘rappresentati’ hanno lucrato nel tempo posizioni di potere. Questo ruolo è diventato sempre più evidente tanto da essere visto oggi come connotato tipico di un ceto politico totalmente screditato, ma non ancora superato nello sviluppo attuale del sistema politico rappresentativo.
Dopo la Rivoluzione russa e col progressivo affermarsi del Fordismo, vale a dire di un sistema produttivo che ha dato forma e consistenza ad una dimensione massiva del lavoro (operaio massa, masse contadine), il sistema politico si é adeguato trasformando i partiti in Partitimassa, ossia Partiti radicati socialmente attraverso una fitta rete di sezioni e milioni di tesserati. Questa forma partito favoriva l’integrazione delle masse nella vita politica garantendo controllo sociale, ma comportando anche una dipendenza del “ceto politico” dalla sua “base”. Il welfare state e una dinamica salariale garantita ( scala mobile, contratti…) sono stati il prezzo di un consenso e di un legame che ha rafforzato il potere contrattuale e la potenza sociale dei lavoratori-clienti-elettori ad un livello inaccettabile per padronato e ceto politico.
Il neoliberismo con il suo meno stato e produzione al centro, una sorta di patto tra produttori con l’offerta di un azionariato operaio, in realtà sanciva l’alleanza tra padronato e politicisindacalisti nel processo di smantellamento del welfare e di deprivazione di ogni pratica politica, chiudendone i luoghi e reprimendo il dissenso. In Italia Il PCI si è “sciolto” e la DC ha seguito un percorso simile, ma un processo analogo, anche se con modalità diverse, si è dato in tutti i paesi occidentali e se vogliamo guardare agli aspetti strutturali anche lo scioglimento dell’URSS si può inquadrare nella realizzazione dell’autonomia del politico e dello smantellamento dello stato sociale.
Dalla soppressione dei partiti di massa perseguita spietatamente dalle rispettive dirigenze politiche, i partiti si sono andati trasformando. Ormai absoluti da ogni legame, che non sia da loro stabilito, gli odierni partiti hanno comunque l’ingrato compito di intercettare una soggettività molteplice e in continua evoluzione, che deve esprimere il proprio assenzo alla loro “presentazione” col voto. 
Il consenso è un prezzo che va conquistato attraverso una proposta che riesca ad intercettare le esigenze della composizione sociale prevalente in un momento dato.
I partiti oggi sono vere e proprie Imprese politiche leaderistiche con una struttura agile e snella, con dirigenti e un personale in larga parte cooptati, che propongono la vendita di un immaginario e di un programma politico ai votanti-acquirenti che con un click-voto ( cosa sono ormai le elezioni?) possono decidere di accettare o meno il contratto.
Per tale motivo questi partiti così come spuntano velocemente, altrettanto in fretta possono sgonfiarsi quando gli acquirenti-elettori si sentano delusi dell’acquisto. La cosiddetta “crisi della rappresentanza” da un lato porta settori di nostalgici a rimpiangere un pilastro della costituzione ormai definitivamente sgretolato dai cambiamenti intercorsi, dall’altro registra la poca legittimazione e la scarsa capacità di convinzione che le nuove figure politiche riescono ad avere sulla multiforme soggettività contemporanea.
La credibilità della Democrazia rappresentativa è d’altra parte irrecuperabile perché il processo decisionale risulta sempre più “fuori portata”.
Se già nel sistema parlamentare i rappresentanti, al di là di ogni possibile vincolo di mandato, deviano per interessi personali, per legami e pressioni, oggi sempre più ambiti sono sottratti al controllo politico, sociale e della pubblica opinione, perché determinati in sedi parallele, nazionali e sovranazionali.
Una pluralità di attori, interni o esterni ai partiti ed alle articolazioni dello stato (massa burocratica inerte delle varie amministrazioni, organismi internazionali non elettivi, soggetti finanziari, multinazionali, associazioni di categoria, poteri occulti…) fanno si che la legiferazione e la deliberazione siano solo alcuni dei passaggi attraverso cui si governano società e territorio, gli altri spesso più decisivi sono invece sostanzialmente opachi, la materia oscura della governance.
La Democrazia Diretta favoleggiata da tutti gli oppositori al sistema rappresentativo oscilla tra forme modulistiche di organizzazione dal basso stile soviet e forme di voto di prossimità di
difficile attuazione in una società più ampia di una polis, fino a prefigurare oggi forme di voto digitale, una sorta di democrazia in piattaforma.
Anche nella democrazia diretta (attualmente il referendum e poco altro) il meccanismo centrale è quello del voto, non per la delega ad un rappresentante, ma per operare una scelta tra proposte. Il soggetto decide in maniera puntuale e periodica, operando scelte discrete, quasi sempre basate, come in una logica binaria, su assenso o diniego a una proposta programmatica o di designazione del Leader, il rappresentante assoluto. In genere non partecipa alla elaborazione e alla individuazione del contenuto della scelta, in quanto questo processo risulta sovradeterminato secondo dinamiche spesso non trasparenti e lontane dalla sua possibilità di controllo.
La Democrazia Autorganizzata è la prospettiva futura che incomincia a muovere già i primi passi, come in un passaggio verso una logica computazionale quantistica, assistiamo ad una espansione di momenti di autodeterminazione e di presa in carico delle scelte in forma collettiva. In realtà diverse esperienze politiche e sindacali, a fine Novecento e inizi del nuovo Millennio, si sono ispirate al principio dell’autorganizzazione.
Collettivi politici, Sindacati di base e Progetti politici da guida Michelin, nonché una miriade di micro esperienze, hanno mimato la crescita autorganizzata dal basso, come un processo che potesse riguardare parti della società attivate secondo questo principio radicalmente alternativo. In realtà l’autorganizzazione è rimasta un orizzonte di riferimento e dopo una affermazione iniziale, mancando una diffusione del processo, è stata mantenuta come criterio operativo interno alle organizzazioni, mancando però completamente lo scopo principale, il suo radicamento sociale. Infatti progressivamente queste esperienze sono implose; le dirigenze di questi “movimenti” nel timore di perdere il controllo delle organizzazioni, di fronte alla prospettiva di allargamenti dagli esiti imprevedibili, hanno pensato bene a una chiusura (la vecchia stretta organizzativa), che ha mantenuto, al ribasso fino all’insignificanza, le strutture, compensando spesso con una accentuazione leaderistica.
Qui si pone il problema dell’attivazione dei processi. Tutte le organizzazioni politiche fin dalla nascita della Democrazia moderna hanno avuto degli attivisti, un personale politico che a tempo pieno e coordinando strati più o meno ampi di volontariato ha rafforzato e permesso il successo dei progetti politici. Agli albori, quando per la novità della pratica ci si poteva illudere che lo sbandieramento della “verità” potesse da solo convincere e legare i proseliti, la figura dominante è stata quella dell’Agitatore. La crescita assumeva un andamento molare, sommativo ( sulla scia delle pratiche di conversione dei secoli precedenti). Dopo la prima Guerra Mondiale, con l’affermarsi di una dimensione massiva gli attivisti sono stati organizzati sull’esempio della recente pratica militare, così i Militanti disciplinati e gerarchizzati hanno operato per la crescita dei partiti di massa e la velocità di aggregazione è dipesa da un lato dalla disponibilità di strumenti più moderni (il ciclostile, l’amplificazione…), ma soprattutto dalla semplificazione dei soggetti sociali massificati e dalla loro concentrazione nei luoghi di produzione (fabbriche) e di riproduzione (quartieri operai). Nel periodo successivo dell’ampliamento sociale di produzione e riproduzione, la militanza è divenuta diffusa, con forti aspirazioni verso l’autorganizzazione, ma con limiti ereditati dalle tradizioni precedenti, quali la ricaduta nella divisione del lavoro, la riproposizione della rappresentanza, la crescita su se stessi in forme varie di ghettizzazione e minoritarismo. Nella fase attuale per morte naturale delle vecchie esperienze sulla scena politica sono rimasti partiti, agili e divincolati, che hanno puntato soprattutto su gestori dell’immagine, su persuasori, appaltando addirittura questo ruolo ad agenzie o imprese del settore. Certo esistono aree di sostenitori, ma la loro azione si svolge ormai soprattutto attraverso i social. D’altra parte i leader oltre i classici canali massmediatici, utilizzano, assistiti spesso da specialisti, i social (come vediamo da Trump in giù).
Nella Democrazia Autorganizzata non si può più dare uno strato separato di attivisti. Intanto perché in una produzione sempre più socializzata mantenere una Divisione del lavoro in questo ambito è vissuto ormai come una intollerabile e violenta espropriazione, inoltre esclusa la politica per mestiere il volontariato a tempo pieno è inconciliabile con le esigenze di una vera vita e quindi regge solo per periodi delimitati, in genere come esperienza giovanile. Oggi pratica politica e tempi della vita vanno profondamente intrecciati e resi un continuum.
E infine cosa c’entrano gli Attivisti e i Partiti con una Democrazia Autorganizzata?
In effetti poco e nel tempo nulla.
Nella odierna società non finiscono di prodursi forme associative con le più svariate finalità, ma anche con una molteplicità di modalità di funzionamento. A quelle classiche gerarchiche o cooperative, si affiancano sempre più spesso quelle che si ispirano in toto o parzialmente ai principi dell’autorganizzazione. Quelle che presentano quest’ultima caratterizzazione generalmente sono animate da propositi di progresso sociale o come ci piace pensare volte al bene comune, anche se ormai è anche irrinunciabile che riescano a garantire ai soggetti costituenti un accesso alla ricchezza collettiva e a contribuire al suo accrescimento. Quelli che di certo vanno valutati sono i principi di funzionamento. Sono etero-dirette, dipendenti, basate sullo sfruttamento oppure autonome, indipendenti, volte al bene comune. Un terreno paludoso in cui dovremmo riuscire a orientarci con un approfondimento su cui le varie teorie dei sistemi autorganizzati e dell’autopoiesis
potrebbero esserci utili, ma che abbiamo sempre snobbato come se per noi bastasse solo una solida analisi economica e una ormai obsoleta prassi organizzativa
La Democrazia Autorganizzata nascente non può guardare solo alle strutture autorganizzate ancora ampiamente minoritarie, i processi di costruzione devono essere rivolti all’insieme della società, partecipati e trasparenti, fortemente trainanti. La moltitudine dei soggetti deve partecipare a tutti i processi produttivi delle scelte politiche a partire dalla propria collocazione, che in genere non è univoca, ma multiverso.
La condizione di possibilità della democrazia autorganizzazione è data dall’esistenza di una intelligenza collettiva socialmente sempre più diffusa e pervasiva.
La soggettività ha ontologicamente una doppia faccia, da un lato è chiusa dentro i processi che la costituiscono, dall’altro è aperta al confronto con quanto portato avanti dagli altri. La condivisione delle scelte e delle decisioni – in opposizione e resistenza alle imposizioni di un comando che tende a etero-dirigere la società e a nutrirsene – è una parte fondamentale dello stesso processo produttivo in cui l’aspetto economico, ecologico, sociale, politico, culturale…non sono disgiunti e parcellizzati, ma connessi in un tessuto di relazioni continuamente indagato. Infatti in ogni caso il soggetto, anche se apparentemente soggiogato, è attivo nei processi in cui si trova inserito e attento e informato di quanto avviene nel resto dello spettro sociale con cui ricerca costantemente il rapporto e il confronto nell’avanzamento del processo creativo e decisionale. Una democrazia autorganizzata è l’emergere delle decisioni politiche dal basso, dall’insieme della società con i suoi elementi determinanti, territori, ambiti, legami di interessi e di collocazione, comporta una innovazione nella distribuzione del potere e quindi una diversa costituzione delle istituzioni con un abbattimento della sovranità quale elemento gerarchico, politicamente autonomo e detentore della decisionalità.
Oggi è necessaria una ridislocazione nella divisione del lavoro e nella divisione del potere.
Con gli attuali sviluppi della produzione materiale e della riproduzione soggettiva verso una crescente immaterialità e una sempre più diffusa componente cognitiva, la classica divisione del lavoro, se pur permane in certi aspetti esteriori, è completamente tramontata nei suoi connotati limitativi. Oggi il contadino non è più scarsamente scolarizzato, ma evoluto come lo è l’agricoltura, connesso, legato alla ricerca scientifica, più colto e consapevole. Così per gli operai e gli impiegati, i tratti sfumano, la comunicazione, la ricerca, i saperi striano e danno nuovo senso a quelle antiche figura che sembrano ormai reperti archeologici. Esiste inoltre una miriade di nuove figure e la separazione di lavoro – non lavoro non riesce a mantenere i vecchi confini.
Solo l’accanimento del Capitale nel tentativo di mantenere il proprio comando ha perimetrato il tempo di lavoro impedendone una maggiore distribuzione e riduzione per aprire a uno spazio più ampio di arricchimento della socialità e della dimensione soggettiva.
L’Indipendenza, a tutti i livelli e direzioni, è un passaggio fondamentale verso l’auto- determinazione e la democrazia autorganizzata, in quanto i nessi e i vincoli in cui si è irretiti sono tali e tanti per cui non è semplice individuarli e rovesciarli. Quindi fondamentalmente l’indipendenza è un processo conoscitivo attraverso cui si individuano e si identificano i vincoli che ci condizionano e dirigono dall’esterno. Per non essere più etero-diretti bisogna identificare ciò che ci è proprio e ciò che invece si appropria di noi. Questo comporta una forma di chiusura, di auto identificazione e quindi di identità, ma se invece di valorizzare le identità plurime e di connetterle si cerca in questo passaggio di assolutizzare un elemento unificante colto isolatamente si riduce l’identità a forma identitaria e l’indipendenza a indipendentismo. Le dipendenze sono molteplici e ampiamente condivise, quindi oltre alla chiusura bisogna operare una continua apertura verso ciò che ci accomuna in una dimensione sempre più ampia.
L’indipendenza si consegue con continui processi di rotture di nessi e vincoli e con la creazione di legami e un accomunamento che va operato con un ordito che ne metta in risalto caratteri ed estensioni. Indipendenza vuol dire anche riappropriazione della Politica, di quella forma particolare di divisione del lavoro per cui uno strato di professionisti viene delegato a rappresentare gli interessi e a decidere in concreto sulla vita dei singoli e sulle dinamiche sociali, perché dobbiamo ammettere che spesso una legge pesa più della miriade di micro trasformazioni portate avanti nel sociale, azzerandole. Quindi la produzione delle leggi va recuperata dal sociale attraverso l’attivazione di una pratica comunicativa interna. Le nuove figure di questo processo non possono essere nuovamente un personale esterno, militanti illuminati, ma attivatori interni al sociale, dei relè che curano la comunicazione tra le molteplicità singolari, associative, cooperanti, comunitarie in continua nascita e trasformazione nel crogiolo sociale.
Quale sia l’attuale grado di maturità di una possibile politica autorganizzata
si può constatare anche dalla velocità di crescita e diffusione di iniziative che riescono a coprire la scena per tempi più o meno lunghi, senza avere alla base forme organizzate consolidate.
Dai Gilet gialli, agli Ombrelli di Hong Kong, dai Green Friday alle Sardine, con tutti i distinguo possibili, il dato di valore è la velocità di diffusione e la capacità di autogestire il processo. Dopo di che risalta il limite di queste esperienze che consiste nella difficoltà di dare continuità e contenuti alla proposta.
Quello che manca è il rapporto con un tessuto di base e un adeguato ordito del tessuto stesso. Non è ancora sufficientemente sviluppata quella rete di rapporti orizzontali e in uscita, l’autorganizzazione sociale, che possano permettere l’ emergere di proposte e decisioni che sostanzino e alimentino l’esplosione dei movimenti.
Le nuove istituzioni sociali non possono darsi come una modellistica organizzativa (comitati, centri…) che spesso ha la stessa sorte dei movimenti, un pieno iniziale e un veloce svuotamento successivo, ma come una rete di rapporti produttivi di consapevolezza, di individuazione dei bisogni, di percorsi di trasformazione e di realizzazione nel tessuto sociale concreto, al cui confronto quello che resta della politica è solo un suo epifenomeno parassitario. Inevitabilmente sarà la ricchezza dei rapporti territoriali velocizzata dai nuovi mezzi di comunicazione fisici e immateriali, la potenza comunicativa dei social e della rete in generale, che, pur nel loro continuo mutare, possono dare consistenza a questi processi.
L’apporto soggettivo attivo può consistere, prendendone consapevolezza, nel “lavorare” in questa direzione a partire da se e dalla propria collocazione sociale.
A livello delle “Istituzioni” statuali ormai non si può che prendere atto che la classica divisione tra Potere Legislativo, Esecutivo e Giudiziario va ridefinita, come primo passo per una sua progressiva ricollocazione. Il potere legislativo, e quindi il “parlamento”, ossia il luogo in cui venivano proposte, discusse, mediate, emendate e approvate le leggi, bisogna constatare che ormai è semplicemente un prolungamento del Governo, vale a dire che ormai è parte integrante del Potere Esecutivo e ha perso le antiche funzioni. I Governi ormai operano a colpi di Decreti Legge e di Fiducie, un residuo di funzione lo mantengono solo le Commissioni, le discussioni in Parlamento sono diventate parte della propaganda di campagne elettorali continue per tutta la legislazione. Il ridimensionamento del numero di deputati e senatori proposto in Italia non è altro che la registrazione di questo dato di fatto. Inutile stracciarsi le vesti per riportare in vita una forma estinta che oggi sarebbe solo un vincolo restrittivo alla crescita e all’allargamento della Democrazia, il superamento deve andare verso la promozione della Democrazia Autorganizzata.
Il Potere Legislativo va spostato dalle camere ristrette dei rappresentanti all’insieme della società in cui oggi è distribuita l’intelligenza collettiva che con le innumerevoli reti e connessioni presenti può in tempo reale elaborare e produrre quella ‘legislazione’, quelle normative ecc…che permettano di “governare” ambiti e territori senza bisogno di uno Stato di istituzioni separate. Per poter assorbire i compiti della governance, della progettazione di leggi norme e regole, delle gestione dei territori, dell’amministrazione e di una riappropriazione dell’economico nella Società, occorrono delle Forme di Autorganizzazione (Istituzioni del Comune come qualcuno le definisce) che abbiamo detto non possono seguire una astratta modellistica in una realtà in continuo divenire, che le consumerebbe velocemente, svuotandole. Per iniziare esistono già i residui della forma stato attuale. Si diceva “Attraversare le Istituzioni”, ma in questo percorso, il transito si è sempre trasformato in permanenza e l’opposizione in integrazione. Le Istituzioni esistenti possono essere utilizzate solo se il cervello si sposta all’esterno, se si opera un continuo travaso dei momenti decisionali da loro al sociale.
Quindi è come dire che ormai il Parlamento siamo Noi, la discussione, l’individuazione dei contenuti, l’impostazione, l’impianto, insomma tutti gli elementi fondamentali delle leggi vanno determinati a livello sociale, attraverso le”istituzioni” o meglio i gangli e le reti attivi nella società. Le leggi di iniziativa popolare sono state soltanto un mezzo di propaganda e di mobilitazione senza peso alcuno nel sistema rappresentativo ( tra il 1979 e il 2014 su 260 proposte solo il 43% discusse e l’1,15% approvate, ben 3),proposte dall’alto, firmate dal basso, cestinate. Oggi una nuova forma di leggi va promossa, costruendole socialmente e sostenendole fino alla loro accettazione attraverso vertenze sociali, lotte, scioperi, mobilitazioni, che ne impongano l’adozione da parte dell’Esecutivo allargato odierno (Governo e Camere).
Quindi il potere esecutivo avrebbe camere e governo come luogo di semplice esecuzione delle decisioni collettive. Si potrebbe ridurre a una rappresentanza senza delega, che esegue le decisioni prese socialmente, mantenendo al limite il potere di trovare le tattiche e le mediazioni necessarie per la loro realizzazione. Le Elezioni (ci siamo così affezionati) potranno servire a sostenere Programmi e Pacchetti di Leggi mandando alle Camere degli “Esecutori” che si impegnino per la loro promulgazione. Certo una parte della società sarà ancora “affezionata”
ai Partiti e al sistema rappresentativo, ma lì chi più ne ha più ne metta.
L’autorganizzazione deve diffondersi nei luoghi della produzione e della riproduzione, lavoro e non-lavoro sono ormai inscindibili sia nelle forme di vita collettiva che nelle biografie singolari. Per questo il sindacale e il politico vanno superati, riassorbiti nel sociale dove i soggetti in base ai momenti della propria esistenza si ritroveranno, autorganizzandosi, a resistere circa le proprie condizioni di lavoro e poi nei territori a tutelare le proprie condizioni di vita nell’ampio spettro della riproduzione. A tale scopo continueranno ad utilizzare tutto l’armamentario tipico delle tradizioni delle lotte(scioperi, manifestazioni, occupazioni…).
Detto questo però il passaggio fondamentale sarà quello di aprire un nuovo scenario.
Il Capitale agisce di rimessa ma ha il controllo del campo. Non bastano Resistenza e Rifiuto, che da sole sembrano due condotte acefale, bisogna costruire.
La produzione va riconvertita sia nei processi che nei prodotti verso forme migliorative del benessere sociale. Così la riproduzione può avvenire solo in territori e con servizi autonomamente ri-progettati per renderli socialmente valorizzanti. Questo comporta una capacità elaborativa diffusa che si condensi in proposte di “ Ri-forma”, di Ri-strutturazione, in creazione di Forme e Strutture nuove
che valorizzino la Società nel suo insieme in tutti i settori ed in tutti i contesti. Che il Sistema scolastico sia alla deriva giova solo a chi vuole delle masse asservite, per la sua valorizzazione solo un fronte trasversale (lavoratori, studenti, famiglie e la società nel suo insieme) può partorire una proposta da sostenere, coltello tra i denti fino alla sua approvazione e implementazione. Questo è il compito fondamentale, mentre troppe energie e intelligenze sono state sprecate nelle micro vertenze.
Le macro vertenze in un colpo solo possono cambiare le condizioni di vita di tutti i soggetti interessati. Oggi questo non vuol dire allungare i tempi e rinviare, ma anzi accorciarli, velocizzarli senza attardarsi nel millennarismo dei piccoli passi. Si creerebbe un doppio movimento riguardante l’estensione dei processi, con momenti di intensificazione settoriale (elaborazione e lotta) e momenti di generalizzazione della mobilitazione quando i temi in ballo (Scuola, Sanità, Reddito, Diritti…) riguardano la Società nel suo complesso. Ovviamente non si può mobilitare “tutti su tutto”, ma nessuno va lasciato indietro ricercando sempre la generalizzazione dei problemi e sciogliendo ogni residuo corporativo che si pone come ricatto e fa da ostacolo all’avanzamento. Un altro doppio movimento riguarda la durata, perché da un lato le mobilitazioni hanno un breve arco di vita, mentre i luoghi produttivi della decisionalità sociale devono poter avere una maggiore Permanenza.
La stabilità deriva dalla posizione dei soggetti nel tessuto socio-produttivo più duraturo anche se in continuo mutamento, per cui in ogni caso l luoghi (Istituzioni) della decisionalità sociale non possono avere che una Permanenza relativa. La potenza elaborativa, decisionale, mobilitativa e impositiva è data dalla capacità di Collegamento tra i soggetti attivi all’interno del sociale, dalla loro creatività nel fare rete e nel riattualizzarla continuamente. Comitati territoriali, Collettivi di scopo, Coordinamenti, Reti, Laboratori sono ormai una realtà costante, proliferano, operano e si estinguono nel perseguimento degli obbiettivi, sono quindi in genere delle strutture temporanee, che, come in uni ricambio cellulare, garantiscono la vita del tessuto sociale. I Movimenti si nutrono di questo humus e quindi una parziale continuità da questo ne deriva, ma Movimenti e Meccanismi decisionali permanenti immanenti alla società devono intrecciarsi perché una capacità di autogoverno del Comune si dia, perché la Democrazia Autorganizzata diventi una prospettiva concreta.
La costruzione delle vertenze sociali e delle leggi autoprodotte può diventare importante non solo per il risultato, per il salto in avanti che può comportare, ma anche per il percorso; la procedura può essere una esperienza sociale arricchente, che anche a fronte della parzialità delle conquiste può tradursi in una crescita collettiva.
Quindi è fondamentale che i soggetti presenti nei vari contesti si riconoscano reciprocamente come partecipanti ad un comune percorso e di conseguenza si colleghino dando vita a tutti quei momenti strutturati che permettano l’elaborazione, la decisione , l’imposizione.
Formare un partito sarebbe esiziale, ma un avanzamento nella capacità di autorganizzarsi è imprescindibile, perché i processi non si danno spontaneamente,
sarebbe un meccanicismo privo di intelligenza, mentre qui è la mente distribuita (Bateson) e cooperante che può guidare la società. Il riconoscimento reciproco avviene, in quanto si adottano e si costruiscono elementi comuni: un metodo comune (autorganizzazione), delle istituzione della Comunanza (democrazia autorganizzata), degli obbiettivi ampiamente condivisi ( eliminazione di povertà e sfruttamento, reindirizzo dei processi produttivi e riproduttivi, accesso alla ricchezza, eguaglianza, ampliamento dei diritti fondamentali, accomunamento con le altre forme di vita e difesa del pianeta). Il riconoscimento reciproco si da quindi su elementi identificativi, non identitari, e porta a costituire un addensamento organizzativo che possa fare da attrattore/diffusore di un Movimento/ Comunanza che riesca a durare, a darsi il tempo per ottenere i cambiamenti sociali prefigurati.
I cosiddetti attivisti sarebbero in realtà degli attivatori, che – a partire dal contesto in cui si trovano – intrecciano relazioni e creano strutture di scopo, che durano per tutto il tempo necessario al raggiungimento degli obiettivi, per poi sciogliersi e con i componenti interessati dare vita a strutture con altri scopi. La continuità oltre il contingente è data dall’adesione dei singoli ad un percorso identificabile e condiviso, al loro accomunarsi per il bene comune.
Tra le singolarità messesi alla prova in questi percorsi si potranno individuare gli elementi cui dare il mandato(vincolante e a tempo) di difendere le decisioni comuni, dando seguito alla forza impositiva della comunanza in tutti i livelli Esecutivi ( governo-camere, ma anche localmente a scendere) di una statualità ancora esistente, ma in trasformazione, una ostruzione da dissolvere. La pluralità di questi Movimenti/Comunanza dal micro al Macro, nel ventaglio delle varie specificità, costituisce la vita della Democrazia Autorganizzata, permanente e cangiante come la Comunanza del vivente che “rispecchia”. Per quanto riguarda l’altra faccia dello statuale, ossia l’amministrativo, la strada deve essere quella della progressiva semplificazione, dell’automatizzazione e dell’assorbimento sociale di competenze e compiti, in modo che il residuo sia inerte e senza ricadute condizionanti.Sembra una Utopia, in realtà sono processi in corso, che incontrano ostacoli formidabili in quella parte della società interessata al mantenimento dello status quo, ma che possono avanzare solo procedendo col proprio passo e nella propria direzione, non ingaggiando confronti e scontri fuorvianti, ma procedendo per dare sempre più forza all’accomunamento, al Comune, alla Comunanza del Vivente.
Oggi per noi è fondamentale la congruità tra mezzi e fini, anche perché mezzi e fini siamo noi. Mentre finora siamo stati i mezzi dilapidabili dei fini dati dal Capitale, oggi siamo la coincidenza di mezzi e i fini, in quanto a partire dalla nostra Comunanza sempre più formata e informata, ci diamo gli strumenti organizzativi per raggiungere l’obbiettivo che è l’accrescimento del bene comune e quindi un ulteriore salto della stessa Comunanza umana e del vivente. Che questo percorso passi attraverso tensioni, contrasti, lotte e forse biforcazioni fatali, con una parte della società disposta ad olocausti pur di non perdere le proprie posizioni di potere, va purtroppo messo in conto. 
Probabilmente l’unica strada è quella di favorire una morte dolce di una struttura sociale basata su sfruttamento, gerarchia e discriminazione, superandola con movimenti e lotte che non possono più avere come obbiettivo primario gli interessi di parte (Classe, Partito, Razza, Genere, Specie) ma che devono smontare i meccanismi che perpetuano sfruttamento e assoggettamento a vantaggio di tutte le forme di vita.
Così questo accomunamento non si può fermare alla frontiera. L’Europa va costruita dal basso individuando e facendo emergere vertenze collettive che nella realtà ne uniscano i popoli, ma senza l’approdo ad un megastato. Così nel rapporto con gli altri popoli agli interessi di parte (sfruttamento delle risorse e degli uomini) vanno sostituiti interessi accomunanti (ambiente, cooperazione produttiva e riproduttiva) così che sia riconosciuta la libertà di migrare, ma anche il diritto al Ritorno al mutare delle condizioni. Ormai i poli di estrazione del valore e della conoscenza collettiva, i dispositivi di soggettivazione subordinanti, sono così estroflessi rispetto al tessuto sociale che bisogna procedere con costanza e tenacia a reciderne i nessi, ad appropriarsi delle competenze e dei saperi necessari ad autogestirsi, a svuotarli dei momenti decisionali per renderne sempre meno legittimabile l’esistenza e portarli ad accettare la propria estinzione. Se una ragazzina può ergersi in difesa dell’ambiente contro il Presidente di una superpotenza e suscitare una mobilitazione mondiale, vuol dire che il re è nudo, che una serie di punti fondamentali (difesa del vivente, attacco alla concentrazione della ricchezza, rifiuto della povertà e dello sfruttamento, rispetto delle differenze di genere) sono diventati coscienza comune, desideri accomunantI.
Il vecchio Umanismo era velleitario e fuorviante, perché moralista e disancorato dalla realtà sociale. Oggi che una visione Complessiva adeguata al livello di sviluppo del Comune sta diventando, pur tirata da tutte le parti, sempre più pervasiva, ribadire ottiche parziali è controproducente. Dobbiamo porci con una pratica inclusiva dal punto di vista della “Profezia che si auto avvera”, dal punto di vista non dell’Unificazione, ma di una messa in Comune della Moltitudine umana e della Molteplicità naturale. Che i principi dell’Autorganizzazione che stanno alla base di questo discorso possano essere il punto di partenza per una sorta di Teoria Unificata che elimini ogni frattura nella comprensione della continuità tra Naturale e Sociale è una suggestione che affascina, ma presuppone che siano effettuati passaggi decisivi nella costituzione di una Comunanza nel genere umano e nel vivente in genere. Un processo che sembra lungo, di cui non abbiamo concluso ancora il primo passo, ma la progressione geometrica che ha interessato la crescita economica e tecnologica potrebbe anche riguardare il proliferare di relazioni di reciproco riconoscimento e di Accomunamento nel Pluriverso del Vivente.
